La coltivazione del melone d’inverno occupa in Sicilia una superficie di circa 6000 ha. Le province maggiormente interessate sono quelle della fascia costiera e dell’interno collinare delle province di Trapani, Agrigento e Palermo. La caratteristica principale del melone del gruppo inodorus è la spiccata serbevolezza dei frutti che, dopo la raccolta in estate, possono essere conservati e commercializzati durante l’inverno. Fino agli inizi degli anni 70’, il panorama varietale siciliano del melone d’inverno era rappresentato quasi totalmente da agroecotipi locali. Tra questi i più diffusi erano il ‘Cartucciaro’, ad epicarpo giallo, coltivato nella fascia costiera del trapanese e il ‘Purceddu’, ad epicarpo verde rugoso, nell’interno collinare del palermitano e nel territorio di Alcamo (TP). Altri agroecotipi, seppur su superfici più limitate, erano diffusi, nel palermitano, nel trapanese e nel nisseno. A partire dagli anni 90’, la coltura del melone d’inverno ha fatto registrare in Sicilia una notevole espansione territoriale, estendendosi, nelle anzidette province, anche nell’area dei seminativi.

Contestualmente all’incremento territoriale della coltura, sono state introdotte nuove coltivar (Curatolo, 1996). Nell’ultimo ventennio, infatti, il quadro varietale ha subito una profonda modificazione: gli agroecotipi locali di melone invernale sono stati prima affiancati e successivamente quasi del tutto sostituiti da cultivar di nuova introduzione che pur fornendo produzioni quanti-qualitative superiori sono spesso caratterizzate da limitata attitudine alla conservazione e minore resistenza a stress biotici e abiotici. La graduale tendenza alla perdita del materiale genetico, afferente alle popolazioni di melone d’inverno, è stata accelerata dai processi di ibridazione con le cultivar di nuova introduzione. Si è innescato pertanto un processo di erosione genetica delle popolazioni locali che hanno perso alcune caratteristiche biologiche, morfologiche e qualitative che le caratterizzavano (Incalcaterra e Curatolo, 1997). La difficoltà di mantenere in purezza le popolazioni locali ha spinto gli agricoltori ad un utilizzo sempre maggiore di nuove cultivar che, pur fornendo garanzia di uniformità della produzione, spesso manifestano un’incompleta attitudine all’incostante clima dell’isola ed alle varie condizioni pedologiche (Curatolo, 1996).

Di conseguenza si sono persi in parte i legami con la melonicoltura tradizionale, rischiando di disperdere il patrimonio genetico degli agroecotipi locali (Incalcaterra et al., 2004).

Ciascun ecotipo, infatti, è legato, con il suo patrimonio genetico, all’ambiente di origine ed è capace di esprimere il suo potenziale produttivo, e soprattutto qualitativo, solo negli areali di coltura capaci di soddisfare pressoché interamente le sue esigenze biologiche in armonia con il proprio habitat, dove riesce a stabilire relazioni di scambio permanente e costantemente equilibrato nel corso del ciclo biologico (Azzi, 1967).

Di tutti gli agroecotipi tradizionalmente coltivati in Sicilia è rimasto poco; tuttavia, attraverso un attento lavoro di reperimento del germoplasma melonicolo, è stato possibile recuperare molti agroecotipi considerati ormai dispersi che, se valorizzati, possono permettere di ricostruire quell’identità colturale che ogni zona possiede. A questo proposito, appare utile l’applicazione di azioni rivolte verso il recupero, la caratterizzazione, il mantenimento e la successiva valorizzazione del germoplasma di melone siciliano.

Nell’ambito delle iniziative di ricerca previste dal progetto, il Dipartimento SAF ha approfondito le valutazioni di alcune accessioni di melone invernale scelti tra quelli che, in studi precedentemente condotti, hanno dimostrato notevole rusticità, elevate potenzialità produttive, attitudine alla conservazione, resistenza a stress biotici e abiotici e connotati qualitativi ed organolettici di pregio. Gli interessanti risultati conseguiti, lasciando intravedere la possibilità di una loro diffusione in coltura alla stessa stregua degli ibridi commerciali, attualmente unicamente coltivati in Sicilia.

Sono stati studiati:

  • 2 agroecotipi a epicarpo giallo: Cartucciaro; Fiorone;
  • 6 agroecotipi a epicarpo verde: verde di Alcamo; verde di Roccamena; verde di Alia; verde di San Giuseppe Jato; verde di Raffadali; Purceddu L 9 (sel. Dip. SAF);
  • 2 agroecotipi a epicarpo bianco: bianco di Sciacca; locale di Ustica.

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Le accessioni oggetto di studio hanno fatto rilevare risultati molto interessanti dal punto di vista agronomico. La resistenza alle avversità di natura biotica e abiotica ha permesso di gestire in maniera ecosostenibile le diverse popolazioni, consentendo moderato impiego di elementi nutritivi e agrofarmaci. Nonostante la gestione della coltura sia stata condotta in regime asciutto, sono state registrate produzioni medie molto interessanti; infatti, ad eccezione del verde di Raffadali, tutte le accessioni hanno ampiamente superato la media produttiva che per questa specie in regime asciutto è di 8-8.5 t ha-1. Tali esiti produttivi a parità di interventi agronomici adottati sono difficilmente raggiungibili con gli Ibridi F1, in quanto molto più esigenti di input energetici e, sicuramente molto poco adatti alla conservazione. È da ritenere inoltre che gli agroecotipi locali testati abbiano utilizzato bene il potenziale ambientale, fornendo peponidi di pezzatura contenuta, compresi tra 1,8 e 2,2 kg, adatti anche per l’inserimento sui banchi della G.D.O. Le uniche accessioni che superano lo standard di peso per accedere alla grande distribuzione sono state il locale di Ustica (4.3 kg) e il Gigante di Alcamo (3.0 Kg). La particolare forma oblunga, degli agroecotipi ad epicarpo giallo, rotondeggiante, di quelli ad epicarpo bianco e la forma ovale degli agroecotipi ad epicarpo verde, permettono inoltre un’offerta più ampia e diversificata, capace di soddisfare le variegate esigenze dei consumatori. Tutti gli agroecotipi locali in prova hanno fatto osservare epicarpo poco spesso (compreso tra 0.3 e 0.8 cm) ed elevata percentuale di parte edule, con livelli di oltre il 60% nel bianco di Ustica, di Sciacca e nel verde di Alia. Non tutti gli agroecotipi in prova hanno raggiunto il livello minimo in solidi solubili ammesso per la commercializzazione; in particolare, bianco di Ustica e Cartucciaro, al momento della raccolta, hanno fatto rilevare valori intorno a 8° Brix. Tuttavia, le suddette accessioni, grazie all’equilibrio tra la componente aromatica, zuccherina e le caratteristiche della polpa, si sono dimostrati particolarmente gradevoli al palato. Tutti i genotipi, ad eccezione del Verde di Alia del Bianco di Ustica di sono dimostrate, nelle condizioni sperimentali, adatte alla conservazione per lunghi periodi, fino ad oltre 5 mesi.

La caratterizzazione delle diverse accessioni, eseguita sulla base dei descrittori ufficiali, ha consentito di delineare in maniera puntuale le caratteristiche bio-morfologiche, produttive e qualitativa, di ciascuna di esse. L’analisi filogenetica (condotto con 3 diverse coppie di primer) ha messo in evidenza elevata similarità tra i genotipi, superiore al 99%.

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Approfondimenti

Azzi GF. 1967 – Ecologia agraria. Edizione Patron, Bologna.

Curatolo G. 1996 – Valutazione bioagronomica di cultivar di melone d’inverno (Cucumis melo var. inodorus). Atti III Giornate Scientifiche SOI, Erice 10-14 marzo.

Incalcaterra G., Curatolo G., Biodiversità di una popolazione siciliana di melone d’inverno (Cucumis melo var. inodorus Naud.). Atti Biodiversità Tecnologica Qualità, Reggio Calabria, Gallina 16-17 giugno, 261-264.

Incalcaterra G., Curatolo G., D’Anna F., Vetrano F. 2004 – Valutazione agronomica di ecotipi di melone d’inverno reperiti in Sicilia. Progetto Multidisciplinare di Ricerca e Sperimentazione sul Vivaismo Ortofloricolo. Programma Operativo Plurifondo Sicilia (P.O.P. 2) Misura 10.4 – Ricerca Applicata Indagini e Sperimentazioni di interesse regionale. Pag. 91-116.

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PROGETTO SALVAGUARDIA E VALORIZZAZIONE DI POPOLAZIONI E VARIETÀ SICILIANE DI SPECIE ERBACEE DI INTERESSE AGRARIO